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Le alternative al gas industriale si scelgono in base a una sola variabile: la temperatura che il processo richiede. Sotto i 90 gradi l’elettrificazione è già matura, fra 90 e 200 le pompe di calore ad alta temperatura stanno diventando praticabili, oltre restano biomassa e combustione.

La domanda arriva quasi sempre nello stesso momento: la caldaia si avvicina a fine vita, l’ETS2 entra in vigore nel 2027 e qualcuno in azienda chiede se conviene cambiare tecnologia adesso. La risposta che circola è confusa, perché quasi tutto quello che si trova online sul cambio caldaia riguarda le case, non i capannoni.

In un’azienda il ragionamento è diverso. Non conta il comfort, conta il processo: a che temperatura serve il calore, per quante ore l’anno, e quanto costa produrlo con ciascuna tecnologia. Questo articolo mette in fila quei tre criteri, confronta le alternative al gas industriale sui costi reali e arriva a una conclusione che non è quella che ti aspetti.

Il criterio che decide tutto: la temperatura di processo

Il calore industriale vale circa il 37% del consumo energetico globale, e due terzi di quell’energia serve proprio a generare calore. La fascia fra 100 e 200 gradi è quella decisiva per gran parte dei processi manifatturieri, secondo il documento dell’Istituto Internazionale del Freddo.

Ecco come si traduce in scelte concrete:

Temperatura richiesta Esempi di processo Tecnologia indicata
Fino a 60 °C Riscaldamento capannone, acqua sanitaria, vasche di lavaggio Pompa di calore standard, recupero da compressori
60-90 °C Essiccazione leggera, lavaggi industriali, agroalimentare Pompa di calore ad alta temperatura
90-150 °C Processi chimici leggeri, sterilizzazione, verniciatura Pompa di calore in cascata, recupero + integrazione
Oltre 150 °C e vapore Forni, essiccatoi industriali, generazione vapore Biomassa, cogenerazione o gas che resta

Le pompe di calore aria-acqua ad alta temperatura arrivano oggi a 75 gradi in mandata diretta e a 85-90 gradi in configurazione a cascata con unità acqua-acqua. È un limite che sta salendo anno dopo anno, ma nel 2026 è ancora quello.

Prima di scegliere qualunque tecnologia, però, c’è un passaggio obbligato che quasi tutti saltano.

Prima di sostituire: recupera quello che stai buttando

L’ordine corretto degli interventi, come ricorda anche QualEnergia, è recupero prima ed elettrificazione poi. Non è un dettaglio di sequenza: se elettrifichi senza aver recuperato, compri una macchina più grande del necessario e la paghi due volte.

Le fonti di calore gratuito già presenti in quasi ogni stabilimento:

  • Compressori d’aria: fino al 90% dell’energia elettrica assorbita si trasforma in calore recuperabile per acqua tecnica o preriscaldo
  • Fumi di combustione di forni e caldaie esistenti, tipicamente scaricati a 150-250 gradi
  • Circuiti di raffreddamento di presse, stampi e macchine utensili
  • Aria esausta delle cabine di verniciatura e degli essiccatoi

Il recupero ha un vantaggio che nessuna tecnologia nuova può avere: non aggiunge consumo. Ogni kWh recuperato è un kWh che non compri, indipendentemente dal prezzo del gas e dal costo della CO2.

Costo del kWh termico: il confronto che cambia le decisioni

Qui i conti diventano espliciti. Tutti i valori sono riferiti al kWh termico utile, cioè al calore che arriva davvero al processo, e sono calcolati su parametri tipici del 2026: gas a 0,50 euro/Smc, energia elettrica di rete a 0,20 euro/kWh, rendimento caldaia 0,92, COP della pompa di calore 3,5.

Tecnologia Costo per kWh termico Con ETS2 a 60 €/tCO2
Caldaia a gas 5,1 centesimi 6,3 centesimi
Pompa di calore con energia di rete 5,7 centesimi 5,7 centesimi
Pompa di calore con fotovoltaico autoconsumato 2,3 centesimi 2,3 centesimi
Biomassa (cippato) 3-4 centesimi 3-4 centesimi

Leggi bene la seconda riga, perché è il punto che i venditori di pompe di calore industriali tendono a non evidenziare: con energia elettrica comprata dalla rete, la pompa di calore oggi costa quanto la caldaia a gas. Un po’ di più, addirittura, finché l’ETS2 non entra in vigore. Il vantaggio ambientale c’è, quello economico praticamente no.

Il conto si ribalta nella terza riga. Con energia fotovoltaica autoconsumata a 8 centesimi, il calore costa meno della metà del gas. Ed è questa la vera conclusione operativa: elettrificare il calore conviene se produci la tua energia, non se la compri. Chi sostituisce la caldaia con una pompa di calore senza toccare l’approvvigionamento elettrico non risolve, sposta il problema da una bolletta all’altra.

Vale la pena rifare il conto con i tuoi prezzi reali: il risultato è molto sensibile al rapporto fra costo dell’energia elettrica e costo del gas, che varia parecchio da azienda ad azienda. L’articolo sul funzionamento dell’autoconsumo fotovoltaico in azienda spiega come si arriva a quegli 8 centesimi.

La cogenerazione non è un’alternativa al gas

Va detto con chiarezza, perché in questi mesi la cogenerazione viene proposta come risposta all’ETS2 e non lo è. Un cogeneratore brucia gas: produce elettricità e calore insieme con un rendimento complessivo alto, ma le tonnellate di CO2 restano e il costo delle quote le seguirà.

Questo non la squalifica. La cogenerazione resta uno degli investimenti energetici con il ritorno migliore quando ci sono le condizioni giuste: carico termico continuo per molte ore l’anno, fabbisogno elettrico contestuale, taglia dimensionata sul calore e non sull’elettricità. Le abbiamo descritte nell’articolo sulla progettazione che parte dal carico termico.

Il modo corretto di inquadrarla è questo: la cogenerazione è un modo di usare meglio il gas, non di smettere di usarlo. Se il tuo obiettivo è ridurre l’esposizione al costo della CO2 — e il quadro ETS2 per le imprese spiega quanto pesa — il cogeneratore va messo in conto come tecnologia esposta, non protetta.

Biomassa: quando ha ancora senso nel 2026

La biomassa resta l’unica alternativa rinnovabile praticabile sopra i 150 gradi e per la generazione di vapore. È la scelta naturale dove ricorrono due condizioni: fabbisogno di alta temperatura e disponibilità locale di combustibile a costo contenuto.

Le aziende del legno, dell’agroalimentare e dell’agricoltura hanno spesso entrambe, e a volte hanno persino uno scarto di produzione da valorizzare. In quei casi il costo del kWh termico scende a livelli che nessun’altra tecnologia raggiunge.

Gli aspetti da valutare con realismo sono altri: spazio per lo stoccaggio, logistica di approvvigionamento, gestione delle ceneri, manutenzione più impegnativa di una caldaia a gas e autorizzazioni sulle emissioni, che in alcune zone e per alcune taglie sono un vincolo serio. Per chi vuole capire come funziona la tecnologia, l’articolo sulla gassificazione del legno entra nel dettaglio del processo.

Quello che non puoi più fare: sostituire gas con gas

Tecnicamente è ancora possibile, ma con due condizioni nuove. Dal 2025 le caldaie a gas non accedono più ad alcun incentivo statale, in seguito al recepimento delle direttive europee. E dal 2027 quel gas porta con sé il costo della CO2.

Il calcolo è quindi diverso da cinque anni fa: una caldaia nuova a gas si paga interamente di tasca propria e si porta dietro un costo di esercizio crescente per tutta la vita utile, che è di quindici-vent’anni. Vuol dire attraversare interamente il periodo in cui il prezzo delle quote è previsto in salita.

Sul fronte opposto, il Conto Termico 3.0 copre fino al 65% della spesa ammissibile su diversi interventi di efficientamento termico, pompe di calore comprese. È la leva che rende accettabile il tempo di rientro dell’elettrificazione, che senza incentivo resterebbe lungo.

Domande frequenti sulle alternative al gas industriale

Fino a che temperatura arriva una pompa di calore industriale?

Le unità aria-acqua ad alta temperatura raggiungono circa 75 gradi in mandata diretta e 85-90 gradi in configurazione a cascata con unità acqua-acqua. Esistono macchine sperimentali e prodotti di nicchia che superano i 100 gradi, ma per applicazioni industriali affidabili nel 2026 il limite pratico resta intorno ai 90 gradi.

Conviene di più una pompa di calore o un cogeneratore?

Dipende dal fabbisogno elettrico e dalla temperatura. La pompa di calore conviene sotto i 90 gradi e soprattutto se hai fotovoltaico in autoconsumo. La cogenerazione conviene con carico termico continuo e consumo elettrico contestuale, ma brucia gas e resta esposta al costo CO2 dal 2027.

La biomassa è ancora una scelta sensata nel 2026?

Sì, sopra i 150 gradi e per la generazione di vapore, dove non esistono alternative rinnovabili mature. Ha senso soprattutto con disponibilità locale di combustibile o scarti di produzione da valorizzare. Vanno però valutati stoccaggio, logistica, gestione ceneri e autorizzazioni sulle emissioni.

Quanto costa il kWh termico con le diverse tecnologie?

Con parametri tipici 2026: caldaia a gas circa 5,1 centesimi, che diventano 6,3 con l’ETS2 a 60 euro per tonnellata; pompa di calore con energia di rete circa 5,7 centesimi; pompa di calore alimentata da fotovoltaico autoconsumato circa 2,3 centesimi; biomassa a cippato 3-4 centesimi. I valori vanno ricalcolati sui prezzi reali dell’azienda.

Posso ancora sostituire la caldaia a gas con un’altra a gas?

Sì, non ci sono divieti, ma dal 2025 non esiste più alcun incentivo statale per le caldaie a gas e dal 2027 il combustibile sconterà il costo delle quote ETS2. Significa pagare l’investimento per intero e avere un costo di esercizio in crescita per tutti i quindici-vent’anni di vita dell’impianto.

Quale alternativa al gas industriale ha senso per te?

La risposta dipende da dati che hai già: le temperature dei tuoi processi, le ore di funzionamento, il calore che oggi butti via e il rapporto fra quanto paghi l’energia elettrica e quanto paghi il gas. Cambiando quei quattro numeri, la tecnologia giusta cambia.

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