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Il PUN orario è il prezzo di riferimento dell’energia elettrica all’ingrosso. Si calcola ora per ora, come media ponderata dei prezzi delle zone di mercato italiane. Tradotto per chi produce: l’energia non ha un prezzo al mese, ne ha ventiquattro al giorno. La differenza tra l’ora più cara e la più economica supera spesso il 50%.
Per un’azienda con lavorazioni programmabili questo cambia il problema. Non si tratta più solo di quanto consumi, ma di quando consumi. Ad agosto 2026 il prezzo medio provvisorio si è collocato intorno a 0,189 euro/kWh, contro 0,157 di luglio e 0,133 di giugno. Il 5 agosto il picco spot ha toccato 207,84 euro/MWh. In questo articolo vediamo come si legge il prezzo orario e quali leve tecniche permettono di sfruttarlo. E soprattutto quando non conviene provarci.
Che cos’è il PUN orario e come si forma
Il PUN, Prezzo Unico Nazionale, nasce sul mercato del giorno prima gestito dal GME. Il Paese è diviso in zone di mercato: NORD, CNOR, CSUD, SUD, SARD, SICI. Ogni zona ha un proprio prezzo zonale, determinato da domanda, offerta e capacità di trasporto. Il PUN è la media di quei prezzi zonali ponderata sui consumi, calcolata per ogni ora.
Sopra questa struttura si innestano le fasce definite da ARERA. F1 va dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 19, F2 copre le transizioni e il sabato diurno, F3 le notti, le domeniche e i festivi. Le fasce sono una semplificazione tariffaria, il PUN orario è il dato reale sottostante. Nelle ore F3 e nei weekend il valore scende tipicamente sotto i 70-90 euro/MWh.
Questo spiega perché due aziende con lo stesso consumo annuo possano pagare cifre diverse. Chi concentra i carichi nelle ore centrali dei giorni feriali compra sistematicamente nelle ore più care. Chi ha margine di programmazione può fare l’opposto, e la differenza non è un dettaglio contabile.
Quando conviene un contratto indicizzato al PUN orario
Un contratto indicizzato trasferisce all’azienda il prezzo di mercato ora per ora, più uno spread. Conviene a chi ha flessibilità: turni spostabili, carichi differibili, autoproduzione o accumulo. Penalizza chi ha un profilo rigido diurno, perché espone al rialzo senza strumenti per reagire.
Il contesto 2026 impone prudenza in entrambe le direzioni. Le quotazioni forward per l’autunno restano alte: 165,9 euro/MWh a ottobre, 164,3 a novembre, 164,0 a dicembre. Il prezzo fisso non è quindi il rifugio che sembra, perché si compra una copertura a un livello già elevato. La scelta corretta non dipende dalle previsioni, che nessuno azzecca, ma dalla flessibilità reale del ciclo produttivo.
La regola pratica che diamo ai nostri clienti è semplice: prima misuri la curva di carico, poi scegli il contratto. Farlo nell’ordine inverso significa firmare al buio, e la verifica costa poco rispetto ai numeri in gioco. È il primo passo dell’analisi dei contratti luce e gas.
Peak shaving e load shifting: due leve diverse
Sfruttare il PUN orario in azienda significa attivare due strategie che vengono usate come sinonimi ma agiscono su voci di bolletta distinte.
- Peak shaving: la batteria interviene durante le punte di prelievo e taglia la cima della curva. Riduce la potenza massima impegnata e quindi la componente potenza, che è un costo fisso mensile indipendente dai kWh consumati.
- Load shifting: la batteria si carica quando l’energia costa poco — tipicamente in F3 o nel weekend — e si scarica nelle ore care. Riduce il prezzo medio dell’energia acquistata, non la potenza.
Le due strategie si sommano e vengono gestite dallo stesso sistema. Il beneficio economico però va calcolato separatamente, perché dipende da grandezze diverse: la punta in kW per la prima, il differenziale di prezzo orario per la seconda. Un dimensionamento che ottimizza una sola delle due lascia sul tavolo metà del valore.
Un terzo effetto arriva se in azienda c’è già un impianto fotovoltaico. L’accumulo alza la quota di autoconsumo: sposta la produzione di mezzogiorno verso il tardo pomeriggio, quando l’impianto cala ma la fabbrica lavora ancora. Con un costo dell’energia autoprodotta tra 55 e 85 euro/MWh, ogni kWh spostato vale il differenziale rispetto al prezzo pieno di rete.
Esempio numerico: un accumulo da 250 kW e 500 kWh
Prendiamo un’azienda manifatturiera con punte di prelievo a 700 kW e lavorazioni parzialmente programmabili. L’installazione di un sistema di accumulo industriale da 250 kW di potenza e 500 kWh utili produce due effetti misurabili.
| Leva | Meccanismo | Beneficio annuo |
|---|---|---|
| Peak shaving | Punta ridotta da 700 a 500 kW, componente potenza a circa 4,35 €/kW/mese | circa 10.400 € |
| Load shifting | Carica in F3 sotto 90 €/MWh, scarica nelle ore F1 sopra 180 €/MWh | quota restante del beneficio |
| Totale aggregato tipico | 18.000-22.000 €/anno |
Il conto sulla componente potenza è il più solido, perché non dipende dalle oscillazioni di mercato. Bastano 200 kW di punta in meno, moltiplicati per il costo mensile della potenza e per dodici mesi: il risparmio è ricorrente e prevedibile. Il beneficio del load shifting invece varia con lo spread orario: negli anni di prezzi compressi si riduce, in anni come il 2026 cresce.
C’è poi la leva fiscale. L’accumulo abbinato all’autoproduzione rientra tra gli interventi agevolabili dalle misure di sostegno agli investimenti in efficienza. L’applicabilità va verificata prima dell’ordine: quasi tutte richiedono la prenotazione preventiva. I dettagli tecnici sono nella nostra pagina dedicata ai sistemi di accumulo.
Quando l’accumulo non conviene
Qui diciamo la cosa che nei preventivi non si legge quasi mai. Se la curva di carico è piatta, senza punte significative, e non c’è autoproduzione da valorizzare, la batteria non ha nulla da arbitrare. Il peak shaving non ha una punta da tagliare, il load shifting recupera pochi centesimi per kWh su volumi limitati, e il payback esce dal ragionevole.
Ci sono altri due casi in cui consigliamo di fermarsi. Il primo: impianti con potenza impegnata già mal tarata, dove riallineare il contratto produce lo stesso beneficio senza investire un euro. Il secondo: aziende senza monitoraggio dei consumi, che non hanno i dati per dimensionare la batteria e finirebbero per comprarne una sovradimensionata.
La verifica preliminare è sempre la stessa e costa una frazione dell’investimento: dodici mesi di curve di carico a intervalli di quindici minuti. Da lì si vede l’altezza e la durata delle punte, la programmabilità dei carichi e il differenziale orario effettivamente catturabile. Senza quei dati, qualsiasi dimensionamento è una scommessa.
Domande frequenti
Conviene un contratto indicizzato al PUN orario per un’azienda?
Un contratto indicizzato al PUN orario conviene se l’azienda può spostare i consumi verso le ore economiche o dispone di autoproduzione e accumulo. Con un profilo rigido concentrato nelle ore diurne feriali, l’indicizzazione espone al rialzo senza strumenti di reazione. La decisione va presa sulla curva di carico reale, non sulle previsioni di prezzo.
Qual è la differenza tra peak shaving e load shifting?
Il peak shaving taglia le punte di potenza e riduce la componente potenza della bolletta, un costo fisso mensile. Il load shifting sposta i consumi dalle ore care alle ore economiche e riduce il prezzo medio dell’energia acquistata. Il primo agisce sui kW, il secondo sui kWh: entrambi si ottengono con lo stesso sistema di accumulo.
Quanto si risparmia riducendo la punta di potenza?
Il risparmio è pari ai kW tagliati moltiplicati per il costo mensile della potenza, in genere intorno a 4,2-4,5 euro per kW al mese, per dodici mesi. Ridurre la punta da 700 a 500 kW vale quindi circa 10.400 euro l’anno, a cui si aggiunge l’eliminazione di eventuali penali per superamento.
Serve il fotovoltaico per installare un accumulo?
Non è indispensabile: un accumulo può lavorare solo su peak shaving e arbitraggio orario, alimentandosi dalla rete nelle ore economiche. L’abbinamento con il fotovoltaico però aggiunge una terza fonte di valore, l’aumento della quota di autoconsumo, e in genere è ciò che porta il ritorno dell’investimento entro tempi accettabili.
Come capisco se la mia curva di carico è adatta?
Servono dodici mesi di dati a intervalli di quindici minuti. Sono indicatori favorevoli punte marcate e ricorrenti, un rapporto elevato tra potenza di picco e potenza media, carichi differibili e un impianto di autoproduzione esistente. Un profilo piatto e non programmabile è invece il segnale che l’accumulo non è la priorità.
Prima della batteria, i dati
Il prezzo orario dell’energia è un’opportunità solo per chi ha gli strumenti per rispondergli. E lo strumento non è la batteria: è la conoscenza del proprio profilo di consumo, che determina sia la scelta contrattuale sia il dimensionamento di qualsiasi impianto.
Richiedi un audit energetico gratuito: analizziamo curve di carico e punte della tua azienda. Ti diciamo se conviene agire sul contratto, sulla potenza impegnata o su un sistema di accumulo.